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Gelati confezionati sempre più piccoli e cari: cosa è successo in 20 anni

Gelati confezionati sempre più piccoli e cari: cosa è successo in 20 anni
Gelati confezionati sempre più piccoli e cari: cosa è successo in 20 anni

Davanti al freezer del supermercato capita sempre più spesso la stessa scena: si prende il solito cono o il solito stecco pensando a una spesa minima, poi arriva lo scontrino e il conto è un altro. Ma non c’è solo il prezzo.

C’è anche quella sensazione netta, al primo morso, che il gelato confezionato finisca prima di una volta. Non è un’impressione vaga: secondo uno studio dell’Osservatorio Federconsumatori diffuso il 17 giugno 2025, in poco più di vent’anni i prezzi sono saliti fino a quasi raddoppiare, e in alcuni casi anche oltre, mentre le porzioni si sono fatte più piccole. Un cambiamento che riguarda un simbolo dell’estate, ma che racconta bene come cambia la spesa quotidiana senza fare troppo rumore.

Prezzi su, e non di poco: quanto è aumentato il gelato confezionato

I numeri raccolti da Federconsumatori danno bene la misura del rincaro. Nell’ultimo anno il costo medio dei gelati confezionati è aumentato del 9%, con punte più alte per alcune tipologie: +24% per i gelati a stecco e +23% per quelli in vaschetta. Se si guarda al 2021, l’aumento medio arriva al 42%. Se invece si torna al 2002, il rincaro complessivo tocca il 138%.

Tradotto in cifre semplici: un gelato a stecco che nel 2002 costava 0,90 euro oggi può arrivare a 2,80 euro. Una vaschetta da 2,49 euro sfiora ormai gli 8 euro. Un cono confezionato passa da 1,20 a 2,50 euro. Numeri che, messi uno accanto all’altro, spiegano perché anche un acquisto piccolo e quasi automatico oggi venga guardato due volte, soprattutto quando finisce nel carrello insieme al resto della spesa.

Il trucco delle porzioni ridotte: la shrinkflation si sente subito

A spiegare questa sensazione c’è una parola ormai entrata nel lessico della spesa: shrinkflation. In pratica, meno prodotto a fronte di un prezzo uguale o più alto. Secondo Federconsumatori, in particolare i gelati a stecco hanno perso circa il 15% delle dimensioni rispetto al 2002. Il consumatore magari non se ne accorge leggendo i grammi sulla confezione, ma lo capisce subito: il gelato finisce prima, il biscotto è più sottile, la copertura dura meno.

Ed è proprio questo il punto. Il prezzo si vede subito, la riduzione del formato molto meno. Le aziende, come succede anche in altri settori alimentari, spesso scelgono di contenere l’effetto del rincaro tenendo il prezzo entro una soglia considerata accettabile oppure alzandolo poco alla volta, mentre intanto tagliano peso e volume. Per chi compra, il risultato è chiaro: si spende di più e si porta a casa di meno. E alla fine cambia anche la percezione del prodotto: il gelato confezionato resta un piccolo sfizio, ma quando diventa più caro e più piccolo smette di sembrare una leggerezza.

Materie prime ed energia pesano, ma non spiegano tutto

Una parte degli aumenti ha ragioni precise. Latte, zucchero e cacao, ingredienti centrali per molti prodotti industriali, hanno registrato rialzi importanti negli ultimi anni. A questo si è aggiunto il caro energia, che incide su tutta la filiera: produzione, trasporto, conservazione nei magazzini refrigerati e nei punti vendita. Nel caso del gelato confezionato, il freddo non è un dettaglio: è un costo fisso dal momento in cui esce dalla fabbrica fino al freezer del supermercato o del bar.

Secondo Federconsumatori, però, questi fattori da soli non bastano a spiegare l’intera portata dei rincari. C’è anche altro. Il gelato confezionato non viene comprato solo per quello che contiene, ma anche per l’abitudine, per il marchio, per la familiarità del prodotto. E questo lascia ai produttori più spazio per alzare il prezzo. In altre parole, il consumatore non paga soltanto latte, zucchero o cacao: paga anche il brand, il confezionamento, il posizionamento più “premium” di certe linee e una certa disponibilità ad accettare rincari su un acquisto considerato occasionale. Almeno finché il conto non diventa troppo evidente.

Il paragone con l’artigianale cambia tutto

Il confronto con il gelato artigianale aiuta a capire meglio la differenza. Anche qui i prezzi sono saliti: un cono piccolo che nel 2002 costava 1,50 euro oggi può arrivare a 2,90 euro, mentre un cono medio è passato da 2,50 a 3,95 euro. Però nelle gelaterie, in molti casi, la porzione non si è ristretta. Anzi, spesso è diventata più ricca, con coni particolari, cialde diverse, varianti senza glutine o al cacao e gusti più elaborati.

Questo non vuol dire che il gelato artigianale sia per forza più conveniente. Ma cambia il modo in cui il prezzo viene percepito. Se si paga di più e si vede una porzione abbondante, il rincaro pesa meno. Ed è qui che il confronto diventa decisivo: spendere 2,50 o 2,80 euro per un prodotto industriale più piccolo rispetto a qualche anno fa può sembrare meno sensato che pagare qualcosa in più per un cono artigianale giudicato più generoso. In fondo, la domanda vera non è solo quanto costa un gelato, ma quanto sembra giusto pagarlo. E quando questo equilibrio salta, il fastidio resta anche dopo l’ultimo morso.

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