C’è un momento, spesso a fine giornata, in cui nei supermercati il tema smette di essere commerciale e diventa concreto: prodotti ancora buoni, magari vicini alla scadenza o rimasti invenduti dopo una promozione, rischiano di non arrivare più al consumo umano. È lì che si vede la distanza tra spreco e recupero.
Secondo una ricerca promossa da Fondazione Banco Alimentare Ets e realizzata dal Food Sustainability Lab della School of Management del Politecnico di Milano, presentata il 12 maggio 2026 in occasione di TuttoFood, ogni anno dalla Grande distribuzione organizzata vengono donate per fini sociali oltre 48mila tonnellate di alimenti, per un valore di circa 229 milioni di euro, grazie al contributo di 1.681 imprese. Un sistema che c’è e funziona. Ma il margine per crescere resta ampio, perché oggi solo circa la metà delle aziende della Gdo dona davvero le proprie eccedenze.
Partner sul territorio, è qui che le donazioni diventano una pratica stabile
La differenza non sta tanto nelle dichiarazioni di principio. Sta nella macchina che rende possibile il recupero. La ricerca dice che Banco Alimentare è il principale partner della Gdo per il recupero delle eccedenze, scelto nel 29% dei casi, con un ruolo ancora più forte tra le grandi imprese grazie alla capacità di garantire continuità operativa, efficienza logistica e tracciabilità dei flussi. Dettagli solo in apparenza tecnici: sono quelli che decidono se una donazione resta episodica oppure diventa una pratica stabile.
Quando un punto vendita sa chi chiamare, in che tempi far uscire la merce, come registrare il passaggio e a chi affidarla senza incertezze, la donazione non è più un peso organizzativo. L’indagine statistica complementare svolta dalla Fondazione per la Sussidiarietà lo conferma: la facilità di comunicazione con gli enti riceventi aumenta di circa 13-14 punti percentuali la probabilità che l’impresa doni con continuità, mentre la prossimità territoriale dell’ente che riceve incide in modo rilevante sulla regolarità del recupero. Il punto è proprio questo: la lotta allo spreco si gioca anche nella geografia quotidiana dei tragitti brevi, nelle celle frigorifere disponibili, nella possibilità di ritirare il cibo in tempi compatibili con la sua conservazione. Se questi passaggi saltano, il prodotto resta troppo a lungo sullo scaffale o finisce nello smaltimento. Se invece funzionano, la donazione entra nella routine.
Dieci anni di legge Gadda, il recupero è quintuplicato ma metà della Gdo resta fuori
A spingere il sistema è stato anche il quadro normativo. Marco Piuri, presidente della Fondazione Banco Alimentare Ets, ricorda che negli ultimi dieci anni, dall’entrata in vigore della legge Gadda, il recupero di eccedenze alimentari da questo canale è quintuplicato. Il riferimento è alla legge 166 del 2016, che ha semplificato le procedure per la cessione gratuita delle eccedenze alimentari e farmaceutiche, alleggerendo passaggi burocratici che per molte aziende rappresentavano un freno più forte delle buone intenzioni. Eppure il potenziale inespresso resta grande. Oggi solo circa la metà delle imprese della Gdo dona le eccedenze, con una distanza netta tra grandi, medie e piccole aziende: dona il 93% delle grandi imprese, contro il 54% delle medie e il 43% delle piccole.
La professoressa Paola Garrone, responsabile scientifica del progetto, osserva che nelle realtà più strutturate la donazione è una scelta consapevole, tradotta in processi interni chiari, nella presenza di responsabili aziendali dedicati e nella misurazione regolare dei flussi. Non a caso le grandi imprese contribuiscono al 55% della quantità totale di prodotti donati, con una media di 274 tonnellate l’anno per impresa. Il nodo, allora, non è solo convincere chi ancora non dona, ma capire perché nelle strutture più piccole la donazione faccia più fatica a entrare nel lavoro ordinario. Anche qui la ricerca aggiunge un dato preciso: la presenza in azienda di un manager dedicato al surplus alimentare aumenta le donazioni di circa 8 punti percentuali. In altre parole, il recupero funziona meglio quando qualcuno se ne occupa davvero, non quando resta affidato alla buona volontà del momento o alla sensibilità del singolo direttore di negozio.
Obiettivo Europa 2030, la sfida ora è rendere la donazione una scelta normale
Nei prossimi anni la spinta arriverà anche dall’Europa. I nuovi obiettivi europei chiedono una riduzione dello spreco alimentare del 30% entro il 2030, e questo rende ancora più chiaro un punto rimasto spesso sullo sfondo: recuperare cibo non è soltanto un gesto solidale, ma una scelta che riguarda costi, processi e capacità di fare rete. La ricerca sottolinea che la donazione sociale può reggere anche sul piano economico, soprattutto quando i prodotti rischiano di restare invenduti o richiedono forti sconti per trovare spazio sul mercato. È un passaggio importante, perché cambia il modo di guardare il problema: in alcuni casi donare è una soluzione più razionale dello sconto estremo o dello smaltimento. C’è però una condizione, e Piuri la mette a fuoco in modo netto: rendere la donazione sempre più competitiva anche dal punto di vista economico.
La partita si giocherà soprattutto qui, in particolare per le medie e piccole imprese, che hanno margini organizzativi più stretti. Servono procedure semplici, partner territoriali affidabili, incentivi coerenti e una cultura aziendale che non consideri le eccedenze come un fastidio da risolvere a fine giornata. Conta anche la spinta iniziale: secondo Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, quando la donazione nasce soprattutto da esigenze reputazionali tende a durare meno, mentre tiene di più quando entra nell’identità dell’impresa. È una differenza che si vede anche fuori dai report: tra un banco frigo da svuotare in fretta e un ritiro programmato con un ente del territorio passa il confine sottile che separa l’intervento spot da una filiera capace di reggere. E se oggi le 7.600 strutture partner convenzionate con Banco Alimentare assistono 1,8 milioni di persone in difficoltà chiedendo aiuti alimentari ancora più consistenti, allora il tema non è più marginale. Il cibo che non arriva a tavola per un problema di organizzazione è forse lo spreco più difficile da accettare.








