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Spreco alimentare nella Gdo, come 48mila tonnellate di eccedenze diventano 229 milioni di valore sociale

Spreco alimentare nella Gdo, come 48mila tonnellate di eccedenze diventano 229 milioni di valore sociale
Spreco alimentare nella Gdo, come 48mila tonnellate di eccedenze diventano 229 milioni di valore sociale

Tra scaffali da riempire, prodotti a ridosso della scadenza e promozioni che non bastano a far girare tutto, una parte del cibo che non finisce nel carrello continua a rischiare di uscire dal circuito del consumo. Eppure i numeri dicono che una strada c’è già, ed è tutt’altro che secondaria.

Nella grande distribuzione organizzata italiana, il recupero delle eccedenze alimentari vale ogni anno 229 milioni di euro e porta a oltre 48mila tonnellate donate per fini sociali. Un dato che pesa, ma che dice anche altro: il sistema regge, però non ancora fino in fondo, visto che a donare con continuità è oggi circa un’impresa su due.

Quanto vale il recupero nei supermercati: i numeri della ricerca tra tonnellate donate e imprese coinvolte

La fotografia arriva da una ricerca promossa da Fondazione Banco Alimentare Ets e realizzata dal Food Sustainability Lab della School of Management del Politecnico di Milano, con un’indagine statistica complementare della Fondazione per la Sussidiarietà. Lo studio è stato presentato in occasione di TuttoFood e rilanciato da Il Sole 24 Ore il 12 maggio 2026. Il bilancio è netto: oltre 48mila tonnellate di prodotti alimentari donate ogni anno, per un valore stimato di circa 229 milioni di euro, grazie al contributo di 1.681 imprese della Gdo. Numeri che spostano il tema dello spreco dal piano delle buone intenzioni a quello dei fatti.

Dietro non ci sono solo confezioni salvate all’ultimo minuto, ma una filiera che riesce a trasformare un costo possibile in aiuto concreto. Il presidente di Fondazione Banco Alimentare, Marco Piuri, ha ricordato che la rete delle 7.600 strutture partner territoriali convenzionate assiste 1,8 milioni di persone in difficoltà. Un dato che dice con chiarezza quanto la richiesta di aiuto alimentare resti alta, spesso più rapida della capacità di recuperare le eccedenze. Il punto, allora, non è soltanto quanto si recupera oggi, ma quanto cibo resti ancora fuori da questo circuito.

Perché donano soprattutto i grandi gruppi: il divario con medie e piccole catene

Il divario più evidente emerso dalla ricerca riguarda la taglia delle imprese. A donare sono il 93% delle grandi aziende, contro il 54% delle medie e il 43% delle piccole. La differenza non sta solo nei volumi, ma soprattutto nell’organizzazione. La professoressa Paola Garrone, responsabile scientifica del progetto, spiega che nei gruppi più grandi la donazione è ormai una scelta strutturata: ci sono procedure chiare, persone incaricate e rapporti stabili con enti del terzo settore specializzati come il Banco Alimentare. In pratica, quando il punto vendita sa già chi contattare, come tracciare i flussi e chi può decidere in fretta, l’eccedenza non diventa un problema dell’ultima ora. È qui che si gioca la parte meno visibile al cliente, ma decisiva per tutto il sistema: il cibo si recupera davvero quando la macchina logistica gira senza intoppi, quando il prodotto non resta fermo e quando il responsabile di reparto non si ritrova a scegliere all’ultimo tra una telefonata, un altro sconto o lo smaltimento.

Le grandi imprese, infatti, coprono il 55% della quantità totale donata e arrivano a una media di 274 tonnellate all’anno per azienda. Secondo Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, alcuni elementi fanno la differenza più di altri: una comunicazione semplice con gli enti che ricevono il cibo aumenta di 13-14 punti percentuali la probabilità di donare con continuità; la presenza di un manager dedicato al surplus alimentare aggiunge circa 8 punti percentuali; e conta anche la vicinanza territoriale dell’ente ricevente. C’è poi un passaggio meno comodo, ma utile per capire il fenomeno: quando si dona soprattutto per immagine, la pratica tende a durare meno. Al contrario, le aziende che lo fanno da oltre dieci anni o che superano un tasso di donazione del 3% sembrano avere ormai incorporato questa scelta nella propria identità. Ed è questa la linea che separa l’iniziativa occasionale da un modello stabile.

Quando la donazione conviene anche ai conti: dagli invenduti ai margini erosi dagli sconti

La parte meno scontata della ricerca è forse questa: la donazione non è soltanto una risposta sociale allo spreco, ma può essere anche una scelta sensata dal punto di vista economico. Succede soprattutto quando i prodotti rischiano di restare invenduti o quando, per venderli, servirebbero sconti così pesanti da mangiarsi quasi tutto il margine. In altre parole, non sempre la vendita last minute è la soluzione migliore. A volte provare a svuotare il banco a colpi di ribassi costa tempo, organizzazione e valore.

Una donazione fatta bene, invece, permette di evitare costi e di generare un’utilità reale. Anche per questo il Banco Alimentare si conferma il principale partner della Gdo nel recupero delle eccedenze, scelto nel 29% dei casi, soprattutto dai grandi gruppi che cercano continuità operativa, logistica affidabile e tracciabilità. Sullo sfondo resta anche il quadro normativo e strategico. Piuri ricorda che nei dieci anni successivi all’entrata in vigore della legge Gadda contro gli sprechi alimentari, il recupero delle eccedenze da questo canale è quintuplicato. E intanto l’Europa ha fissato un obiettivo preciso: ridurre lo spreco alimentare del 30% entro il 2030. La vera partita, quindi, non è più dimostrare che donare serve. Il nodo è rendere questa scelta sempre più semplice e conveniente anche per le catene medie e piccole. È lì che sta il margine ancora scoperto: in quella fascia di supermercati dove il cibo da recuperare c’è, le persone che potrebbero riceverlo pure, ma manca ancora un ingranaggio stabile tra il banco frigo e la rete sociale.

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