Agricoltura 4.0: il mercato torna a crescere, ma nei campi la corsa è molto meno veloce. È questo il punto che emerge dalla ricerca 2025 dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia.
I numeri dicono che il settore riparte, ma la base di chi usa davvero strumenti digitali si allarga piano. E allora il nodo resta lo stesso: non basta far salire gli investimenti delle aziende già attrezzate, la vera partita è portare dentro molte più imprese agricole.
Dal calo del 2024 al rimbalzo del 2025: il mercato risale a 2,5 miliardi
Dopo la frenata del 2024, chiusa con un -8%, nel 2025 il mercato dell’Agricoltura 4.0 torna sui livelli record del 2023. Il valore complessivo arriva a 2,5 miliardi di euro, con una crescita del +9% su base annua, secondo i dati dell’Osservatorio Smart AgriFood. La ripresa c’è ed è chiara, ma va letta bene: non nasce da un ingresso massiccio di nuove aziende, quanto piuttosto dal rafforzamento degli investimenti di chi aveva già avviato la digitalizzazione.
In sostanza, il settore si rimette in moto, ma non ancora in modo diffuso. Ed è qui che sta il punto: se crescono soprattutto le imprese già più strutturate, il rischio è allargare ancora di più la distanza da chi resta fermo per costi, mancanza di competenze o semplice diffidenza. Resta comunque un segnale positivo, soprattutto in una fase in cui gli incentivi pubblici sono diminuiti e molte aziende devono fare i conti con margini ridotti, energia cara e una programmazione sempre più complicata. In questo scenario, il fatto che il mercato torni a salire dice una cosa semplice: per una parte degli imprenditori agricoli il digitale non è più un accessorio, ma uno strumento di lavoro.
Software, telemetria e macchinari connessi: ecco cosa sta spingendo la ripresa
A trainare il recupero non sono tutte le tecnologie allo stesso modo. Il segnale più forte arriva dai software. I Farm Management Information System crescono del 17%, mentre i Decision Support System segnano un +26%. È un dato che pesa, perché mostra come il valore si stia spostando sempre di più verso strumenti capaci di mettere in ordine i dati, aiutare nelle scelte e rendere più chiari elementi che fino a poco tempo fa restavano sparsi tra quaderni, fogli Excel e memoria di chi lavora in azienda. Tornano in positivo anche i macchinari connessi (+2%) e le soluzioni di telemetria e controllo (+3%), in linea con il quadro europeo.
Non è un dettaglio: vuol dire che l’innovazione non passa solo dalle grandi macchine o dai sensori più visibili, ma dalla capacità di far parlare tra loro strumenti diversi e usare meglio le informazioni raccolte. Spesso il salto di qualità non si vede subito in campo, ma arriva dopo: in un passaggio evitato, in un trattamento dosato meglio, in uno spreco ridotto. L’analisi di 30 casi pilota in 20 Paesi europei richiamata dall’Osservatorio va proprio in questa direzione e segnala un Roi positivo nella maggior parte delle aziende che hanno adottato soluzioni digitali, con vantaggi su uso degli input produttivi, costi, rese e qualità del lavoro. Non a caso, come osserva Andrea Bacchetti, direttore dell’Osservatorio Smart AgriFood, il tasso di abbandono tra chi ha già adottato queste tecnologie è vicino allo zero: quando i benefici si vedono davvero, tornare indietro diventa difficile.
Adozione ferma al 42%: la crescita premia ancora chi era già partito
Il dato più delicato resta questo: l’adozione si muove poco. Nel 2025 il 42% delle aziende agricole italiane usa almeno una soluzione smart. Non è una quota marginale, ma siamo ancora lontani da una normalità di settore. Anche la superficie agricola coltivata con tecnologie digitali passa solo dal 9,5% al 10% del totale: un aumento lieve, che conferma la stessa impressione. Il mercato cresce più della platea di chi usa davvero questi strumenti. La fotografia delle imprese è netta: solo il 9% può essere definito “digitalmente maturo”, il 33% è “in cammino”, mentre il 58% è ancora in ritardo. È qui che si gioca la sfida dei prossimi anni. Le tecnologie ci sono, ma devono diventare più accessibili e più facili da capire per chi oggi le considera costose, complicate o adatte solo alle aziende più grandi.
La ricerca dice che circa la metà delle imprese non ancora coinvolte vorrebbe iniziare un percorso di digitalizzazione, ma restano ostacoli molto concreti: frammentazione aziendale, dimensioni ridotte, scarsa conoscenza delle opportunità offerte dalle soluzioni 4.0, scarsa interoperabilità tra strumenti diversi e mancanza di competenze specialistiche. C’è poi la questione degli incentivi, che continua a pesare. Solo il 21% delle aziende agricole italiane, soprattutto quelle più grandi, si dice pronta a investire anche senza agevolazioni. Tradotto: per una larga parte del settore il digitale non è ancora percepito come una spesa inevitabile. Qualcosa però si muove. Il 37% degli agricoltori dichiara di voler investire in macchinari connessi e il 34% guarda ai sistemi di monitoraggio. In più, l’arrivo del Quaderno di Campagna digitale, la cui obbligatorietà è stata prorogata al 2027, potrebbe trasformare un adempimento in una spinta in più verso l’adozione. Alla fine, il punto non è capire se l’Agricoltura 4.0 funzioni: per chi l’ha già provata, i benefici appaiono chiari. Il vero passaggio è far sì che non resti una buona pratica per pochi, ma diventi sempre di più una scelta normale anche per le aziende che oggi, davanti a un investimento nuovo, continuano prima di tutto a fare i conti.








